Alvarez: «Il modello cui mi ispiro? Senza dubbio Beniamino Gigli» – Gianni Villani – luglio 2010 – L’Arena

luglio 2010

Álvarez: «Il modello cui mi ispiro ? Senza dubbio Beniamino Gigli»

Quarto debutto per l’88° Festival lirico: questa sera in Arena (alle 21.15) tocca a Carmen di cui sono protagonisti il soprano Anita Rachvelishvili e il tenore Marcelo Alvarez che interpreta Don José. Il soprano Fiorenza Cedolins sarà Micaela ed il basso Mark S. Doss, Escamillo. Sul podio Julian Kovatchev. Regia e scene di Franco Zeffirelli.

L’anfiteatro ritroverà dunque il “suo” tenore, l’interprete che riesce a trascinare le folle come nessun altro in questi ultimi anni: l’argentino Marcelo Alvarez. Un protagonista che, dopo Rigoletto, La Traviata, La Bohème e due produzioni di Tosca, si presenta per la prima volta nel ruolo di Don José.

«Venire in Arena è sempre una grande sfida, ma è un palcoscenico che regala grandissima emozione come pochi altri teatri nel mondo. È obbligatorio ritornarvi. È un peccato avere solo due recite di Carmen, a causa di precedenti impegni, ma tornerò ad agosto per Il Trovatore».

Per lei, dunque, è necessario esserci ancora?

Beh, sì! Perché è una felicità cantare con un gruppo di colleghi così formidabile. L’Arena deve essere sempre così: al top, per offrire grandi spettacoli, di qualità. Il pubblico che paga il biglietto deve poter scegliere il meglio. Con la politica del risparmio non si fanno grandi passi in avanti. L’Arena non se lo può permettere perché è un grandissimo teatro.

«Carmen» è idonea al suo stile di canto ? 

Certo, l’ho portata in tutto il mondo. Posso dirlo solo ora, dopo averne messe in cantiere numerose recite. Non è un’opera tanto comoda, se pensiamo al quarto atto in cui Don José deve trovare almeno quattro timbri diversi nella sua voce. Sono timbri che rivelano la sua condizione disperata, di uomo innamorato, ma anche tradito, che invano implora compassione, ma che si ritrova preda di un improvviso raptus omicida. Portare in scena la credibilità di un personaggio così è il mio vanto.

C’è un modello di cantante che lei persegue?

Sicuramente Beniamino Gigli, un cantante ispirato nel fraseggio all’italiana, nell’uso della dinamica sfumata, nelle mezze voci. Ho imparato a far maturare la mia voce affrontando con calma e per gradi i diversi personaggi, anche quelli verdiani, senza una rigidità vocale e senza pensare al canto “spettacolarità”. Ho capito che quando canti con il colore, il pubblico ti capisce perché è quello che vuole. La maturità degli anni mi ha portato ad avere una voce più sonora, invece che diventare un cantante esclusivamente di potenza.

Accetterebbe critiche dal pubblico?

Perché no. Se sono fondate e serie, servono a migliorare. Un cantante non si crea in un giorno, ha bisogno di maturare, di credere in se stesso. E il pubblico, se ha pazienza, può contribuire molto alla causa, a far nascere un’autocoscienza nell’artista. Tutti pensano di diventare subito dei Pavarotti, ma nel nostro mestiere devi prima saper prima soffrire, versare sudore e sangue.

Come si è trovato con un direttore come Julian Kovatchev?

Bene perché ha capito il mio stile. Non sono fra quei tenori che “camminano” con un canto spedito, sono più portato per tempi abbastanza larghi, ben delineati. Ho trovato un’atmosfera ideale in Arena. Questo è meraviglioso e il teatro se lo merita.

Ritornerà anche l’anno prossimo?

Probabilmente sì. Mi è stato offerto un titolo per agosto (La Bohème ?); almeno tre recite le vorrei fare. Certo anche Romeo e Giulietta è un’opera che mi gratificherebbe cantare ma non so se sarà possibile.

Gianni Villani,  10/07/2010 – L’ARENA.IT